Il risparmio è una cosa seria

Il risparmio è una cosa seria

di Massimo Morici

Con stipendi che partono da 50 mila euro in su per i quadri e da 100 mila per i dirigenti, è naturale che il popolo dei manager e degli imprenditori rappresenti la clientela per eccellenza di chi si occupa per professione di investimenti e risparmio. Lo sanno bene le banche e le assicurazioni; lo sanno i gestori di patrimoni. Non è forse un caso che nelle città a maggiore vocazione manifatturiera, piccole o grandi che siano, si contino sempre un cospicuo numero di filiali e di uffici di consulenti finanziari (gli ex promotori finanziari). E che il risparmio e gli investimenti siano una attività redditizia per gli intermediari, per capirlo basta guardare i bilanci degli ultimi anni degli istituti di credito: per farla breve, si sono dedicati più a gestire che a prestare il denaro all’economia reale. Ma appunto, siccome i patrimoni dei manager fanno gola agli intermediari, la domanda che dovrebbero porsi questi ultimi non può che essere una: di chi fidarsi?

I crac bancari degli ultimi cinque anni hanno messo in crisi un sistema che non era solo economico-finanziario, ma anche etico e culturale. «Una volta, quando si entrava in banca, ci si toglieva il cappello», chiosava Vittorio Feltri alcuni anni fa al Salone del Risparmio, duettando in un dibattito con l’economista britannico John Greenwood. È un’immagine che ben rende l’ossequio che si dimostrava un tempo alle banche, istituzioni attorno cui ruotava davvero tutto un territorio (basti pensare al potere, ormai ridotto, dalla maggior parte delle Fondazioni bancarie), a prescindere che uno fosse la casalinga di Voghera – o di Grosseto, quella che ha visto bruciare i suoi risparmi in bond di Banca Etruria – o il noto giornalista orobico.

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